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Rodolfo Lisi: “Il nuoto non fa bene per chi soffre di scoliosi”

Rodolfo Lisi, medico specializzato in posturologia e in cultura sportiva, dopo anni e anni di interminabili dibattiti, vuole sfatare miti e tabù legati ad un presunto ruolo terapeutico del nuoto nelle patologie rachidee

18 Gennaio 2020

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Rodolfo Lisi: “Il nuoto non fa bene per chi soffre di scoliosi”

Negli ultimi anni, si è indirizzato troppo spesso, e senza motivarlo scientificamente, verso l’attività in piscina indicando il nuoto come ‘toccasana’ della scoliosi. Il nuoto non può essere invece prescritto in presenza di scoliosi. Non si può creare l’illusione di una sua miracolosa efficacia poiché, al pari di qualunque altra attività sportiva, è privo di un qualsivoglia effetto rieducativo-compensativo. È utile chiarire subito il ruolo delle attività acquatiche e natatorie: che ricoprono un ruolo di dubbia validità. Purtroppo, si continua a prescrivere il nuoto, come oggetto di attenzioni ingiustificate e controproducenti nel processo di normalizzazione delle alterazioni morfologico-posturali e nella rieducazione della scoliosi. Come fa un animale di terra (essere umano) a controllare tutta una serie di componenti muscolari e propriocettive sui tre piani dello spazio, in un ambiente acquatico (che non è il suo ambiente naturale) e bilanciare i conti anche con le spinte fluido-dinamiche e con l’acqua durante la spinta propulsiva? 

Una sintetica analisi delle evidenze chinesiologiche e biomeccaniche, contraddice ogni possibile valenza dell’attività natatoria a favore di un momento rieducativo posturale mirato e rivolto al trattamento della scoliosi idiopatica evolutiva giovanile da svolgere in ambiente altamente specializzato. Ogni piccolo squilibrio posturale è indistintamente correlato alla ‘fatica posturale’ della posizione eretta e del mantenimento-controllo dell’equilibrio del corpo (movimento micro-cinetico da fermo) coinvolto nel controbilanciare la forza gravitazionale in relazione alle attività statiche e dinamiche quotidiane. L’intento di agire in senso preventivo o compensativo sull’apparato locomotore attraverso l’utilizzo di un ambiente a basso impatto gravitazionale come quello acquatico non trova giustificazione valide. L’uso corrente di prescrivere il nuoto è cosa ricorrente ma questo non significa che trovi giustificazioni tecniche appropriate. Viene da chiedersi se chi prescrive una ‘cura’ della scoliosi col nuoto sia mai entrato almeno una volta nella vasca da bagno e si sia fatto delle domande sul Principio di Archimede e sulle leggi che regolano la fluidodinamica del corpo immerso in acqua.

Le considerazioni, le valutazioni, gli obiettivi, le strategie, tutte le operazioni vagliate ‘a secco’, non hanno una medesima logica condivisa con le funzioni fisiologiche e con ciò che avviene biomeccanicamente in acqua. Ottimizzare il percorso di recupero di un soggetto scoliotico richiede una logica dettata dal piano di lavoro individualizzato e articolato con diversi programmi di lavoro. E, sicuramente il posto di maggiore garanzia non è rappresentato dall’ambiente acquatico bensì dalla terraferma, dall’ambiente artificiale che riproduce i modi di muoversi dell’essere umano nel suo ambiente naturale. Altri termini che descrivono attività svolte in acqua possono collocarsi nel percorso compensativo ma non possono avere né valenza terapeutica e, tantomeno, possono essere considerate sanitarie. Gli effetti utili derivano esclusivamente dal corretto esercizio fisico, dalla sua bontà gestionale e dalla sua esatta localizzazione. L’acqua non restituisce alcun esito favorevole ad esclusione del contesto (ambiente fisico) in cui possono essere attuati gesti motori con caratteristiche simili a quelli dell’ambiente terrestre ma con l’offerta di grandi difficoltà applicative. (RODOLFO LISI)

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